Decenni di rigidi standard di bellezza hanno inevitabilmente influenzato il rapporto delle donne con il proprio corpo, in particolare per quanto riguarda il peso. Nonostante la breve parentesi della body positivity, la magrezza continua a essere considerata un valore. Ma siamo certi che questa ossessione per la magrezza e il rapporto complesso con il cibo siano solo il risultato del marketing moderno? Una teoria interessante suggerisce che affamare le donne sia stato un metodo usato nel corso dei secoli per soggiogarle e controllarle. Ignorare la loro fame e associarla a un sentimento di vergogna per mantenerle docili, evitando di soddisfare il loro palato per impedire che si interessassero troppo ai piaceri della carne. Reprimere l’appetito, simbolo di vitalità, per limitare la loro forza.
Virginia Woolf già nel 1929 sosteneva che “Non si può pensare bene, né amare bene, né dormire bene, se non si è pranzato bene”, osservando come i banchetti letterari con ospiti maschili fossero ricchi di leccornie, mentre alle studentesse venivano serviti pasti frugali. Questa teoria è ripresa oggi dalla giornalista Annabelle Hirsch, che la rielabora in un libro che analizza la storia dell’utensile protagonista della tavola: il piatto. La scrittrice franco-tedesca racconta nel volume edito da Corbaccio, intitolato “Il piatto”, una storia di appetiti e di emancipazione attraverso un oggetto quotidiano, offrendo una narrazione singolare della condizione femminile vista attraverso il rapporto delle donne con i piaceri del palato.
Già qualche anno fa, l’autrice aveva sorpreso il pubblico letterario con un libro d’esordio che raccontava “Una storia delle donne in 100 oggetti”, nel quale ripercorreva l’evoluzione della figura femminile attraverso strumenti emblematici, opere d’arte, accessori e persino sex toys, utilizzandoli come espediente intrigante per discutere di questioni di genere. Questa volta, l’oggetto è uno solo: il piatto, inteso sia come manufatto decorativo che come utensile da portata. Il semplice piatto che contiene il cibo, che le donne spesso riempiono per gli altri, perché servire e prendersi cura è il loro ‘ruolo’, ma che non riempiono per loro stesse, perché dimostrarsi affamate è sempre stato considerato sconveniente.
Da secoli ci raccontano che all’origine di tutti i mali del mondo c’è proprio l’appetito femminile: Eva, presa da una fame lussuriosa, ha addentato una mela condannando l’umanità intera alla sofferenza. Ancora oggi, l’idea di una donna che mangia ‘come un uomo’ sorprende e non sempre è socialmente accettata. Il marketing gioca sull’associazione tra donna e cibi sani, dietetici, non goduriosi. I social media, specchio della società contemporanea, amplificano questi messaggi, contribuendo a perpetuare stereotipi e aspettative irrealistiche.
Fonte: La Repubblica
