Architetta lei e studente all’Accademia di Belle Arti lui, Titina Ammannati e Gianpiero Vitelli erano uniti da una passione travolgente per la progettazione. Nulla sembrava essere fuori dalla loro portata: dal design di interni e mobili alla costruzione edilizia e ristrutturazione, sempre con un occhio curioso verso le nuove forme, materiali e metodi di produzione, tipici della generazione del dopoguerra.
Oggi, la mostra Abitare lo spazio: Ammannati & Vitelli, 70 anni di architettura e design, curata da Porzia Bergamasco, Anna Maske ed Elisabetta Vitelli, la figlia, ricostruisce con cura il loro percorso professionale. Hanno iniziato appena ventenni a metà degli anni ’50 per Rossi di Albizzate, tanto che Gianpiero non si laureò mai, e poi hanno collaborato con Brunati, Moroso, Longhi e i4Mariani, sempre con una visione a 360 gradi.
«Tendevano a costruire l’identità dell’azienda, spesso decidevano la linea, realizzavano gli allestimenti nelle fiere e negli showroom e per Brunati hanno progettato addirittura uno stabilimento ad Alzate Brianza. Erano art director ante litteram», racconta Bergamasco. Pur essendo ben inseriti nel sistema del Made in Italy e nella ridefinizione del design moderno, erano conosciuti anche all’estero: la poltrona Kilkis per Brunati vinse un premio alla fiera di Colonia del 1986.
Nonostante i successi, i loro nomi non apparivano, «erano contro le firme anche se difendevano quella dell’azienda». I loro pezzi più importanti vanno dalla poltrona Multicover (il cui rivestimento andava in lavatrice) alla sedia Triennale per Rossi di Albizzate, ai Poltroni per Longhi, con la struttura esterna in fiberglass, pensati anche per suddividere gli ambienti, fino alla chaise long UP&DOWN che grazie a un movimento elettrico si trasformava in divanetto. Progettata per i4Mariani, è stata rimessa in produzione nel 2023.
Quali erano le caratteristiche dei loro progetti? «Sicuramente la modularità, ragionavano su elementi singoli che facevano sistema, batteria, come nel caso della Sandwich, un pezzo rivoluzionario che nato come poltrona si è sviluppata in divano, il Doppio Sandwich. Poi c’era l’adattabilità. I pezzi potevano stare in ambienti privati tanto quanto in quelli collettivi. Infatti il loro slogan era “dalla casa alla comunità”. Poi, la democraticità: Ammannati e Vitelli producevano in grandi serie, per tutti e mai a discapito della qualità e della ricercatezza dei materiali che conoscevano molto bene».
I loro disegni avevano una particolarità. Erano in scala 1:1 in modo che in fabbrica si avesse da subito un’idea degli ingombri e degli spazi. «Avendo studiato in Accademia, Gianpiero aveva una mano molto felice. Purtroppo la maggior parte di questi disegni è andata perduta durante i vari traslochi». Dalla casa studio in via Leopardi, la coppia Ammannati e Vitelli si spostava spesso nella villa ottocentesca di Blevio, sul lago di Como, la Troubetzkoy, edificata da un principe russo in esilio in stile jugendstil e interamente restaurata da loro.
Fonte: La Repubblica
